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domenica 10 novembre 2013

L'evoluzione della specie

Una sequenza spettacolare di fulmini attraversa orizzontalmente il cielo di Brisbane rivaleggiando con l'arco luminoso del Victoria Bridge, il ponte che attraversa il Brisbane River in direzione del South Bank all'altezza del nostro albergo.

La zona, un tempo scalo ferroviario, è stata completamente rinnovata nel 1988 in occasione dell' Expo dedicato al divertimento nell'era tecnologica (18,5 milioni di visitatori...) e offre uno spaccato di modernità, natura e attenzione ai particolari che incanta.
Anche se percorsa di fretta e con l'obiettivo in mente di trovare una steak house per variare un po' sul cibo, non è possibile non notare la bellezza delle piscine  o dei passaggi pedonali protetti da un cielo di fiori rampicanti che si avvinghiano ai fili d'acciaio tesi a pochi metri da terra.

Come è impossibile non sostare estasiati, davanti alla pagoda nepalese, regalata alla città proprio in quella occasione.

O dalla serie inquieta di versi di uccelli che accompagna la nostra passeggiata notturna. Ho deciso di provare a darvene un assaggio con questo piccolo video... (ci rinuncio non ce la fa... immaginatevi un film dell'orrore o qualcosa di simile)


Ancora una volta l'Australia delle città ci colpisce per il contrasto, misurato e circoscritto a diverse modernità, ma pur sempre emozionante.

La mattina eravamo ancora a Byron Bay, nel paradiso degli hippies, a tentare le ultime surfate, dopo una notte passata a lottare contro un condizionatore che non voleva saperne di spegnersi.



All'ora di pranzo nella ultra frenetica Surfers Paradise, per permettere a Luca di salutare alcuni suoi compagni di viaggio sparpagliati in giro per il Queensland e oggi di passaggio mentre Enrico ed io ne abbiamo approfittato per dar fondo ai desideri di magliette scanzonate, marca Billabong,  con il taschino sulla sinistra che qui vanno tanto di moda e per comprare qualche braccialetto (disegnato qui, ma costruito in Cina) da portare come souvenir.

Questa sera, siamo a Brisbane,  nel mondo degli hipster, un prototipo umano dell'evoluzione tecnologica molto di moda qui nelle grandi città.

Come il culto del MOVEMBER, cioè l'usanza di lasciarsi crescere i Mustacchi a nOVEMBER per raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro alla prostata e altre patologie simili.

Il viaggio verso qui, rallentato da un traffico intenso, ma ordinato,  è stato un momento di bilanci e di riflessioni tutte entusiastiche su questa avventura di noi tre assieme. Ognuno ha espresso un suo parere sul posto più bello, ma nessuno ha saputo decidere quale fosse in realtà.

Una musica di contrasto come il resto, tra Guccini e Jimi Hendrix, ha fatto da sfondo a questi  ultimi cazzeggi in tre. 

Poi è arrivato il momento dei saluti. Come è stato diverso da quello a Malpensa, alla partenza!

Un Luca ormai grande e disinvolto nel muoversi in situazioni che, solo allora, lo avrebbero di sicuro spaventato, ci ha salutato, col suo zainetto in spalla, tutto teso a considerare la vacanza assieme a noi, una pausa e non un inizio del ritorno. 

Come è giusto che sia, deve godersi fino in fondo questo volo libero ad alta quota.

Peccato che, al ritorno alla macchina (btw, 18 dollari per due ore di parcheggio, in proporzione, molto di più del nostro albergo di questa sera, molto centrale e carino) il volo ad alta quota sia brutalmente precipitato: ci siamo accorti che ha dimenticato nel bagagliaio il suo computer di scuola... 
Mi consolo, perché questa cosa della distrazione che mi affligge da quando sono nato, non è solo dovuta all'età, ma è qualcosa che, noi Donisi, abbiamo dentro...
Domattina, sarò costretto a passare le prime ore al Post Office a tentare di spedirglielo.
Qui l'evoluzione non c'è stata: i figli sono peggio dei padri. 
E, a proposito di età, è incredibile come l'età media dei lavoratori qui sia sotto i 30 anni. Mi domando dove siano finiti gli altri. Se lavorano tutti nella "mind" come qui chiamano la parte dei servizi o se li abbiano fatti fuori. Non ho mai visto un cameriere, un gelataio, un commesso/commessa che avesse più di 25 30 anni. Bah! Anche questa è una cosa che colpisce.

Di ritorno dal South Bank, inzuppati fino al midollo, abbiamo capito l'origine dei versi strani che vi ho fatto ascoltare: sono enormi pipistrelli neri che volteggiano minacciosi, sinistramente illuminati dai fulmini di questo inizio. Domani, quando ritrovo l'attrezzo per scaricare le foto (che penso di aver lasciato in macchina, vicino al pc di Luca... o almeno spero) ve ne faccio vedere uno in foto.

Poi, forse, pacco postale permettendo, ci concediamo una gita lungo il fiume con l'unico parco coi koala e canguri di questa vacanza.

E' dall'inizio dell'esperienza che Enrico manifesta il desiderio di abbracciare uno di quei buffi marsupiali (i koala, non i canguri).
Il ragazzo con il cartello "Free Hugs" che ieri sera passeggiava per Byron Bay non è stato evidentemente un buon sostituto.

Ah, stavo dimenticando di svelarvi la vera ragione per il titolo del post (idea del genio creativo di Luca...). Ve la allego senza commenti. A voi capire dove sta l'evoluzione!



  





sabato 9 novembre 2013

NO VACANCY


Dopo gli eccessi di Surfers Paradise, Byron Bay ci riporta ad una dimensione più equilibrata.
SI respira di nuovo quell'aria rilassata, da svacco un pochino freakettone, che pervade un po' tutta l'Australia provinciale.

Qui, le vie centrali non sono più di due. Fiancheggiate da case che sembrano prelevate da qualche film di cow boy, si popolano la sera di gioventù locale e di turisti in cerca di un divertimento molto più ruspante che nella Las Vegas di ieri.

Byron bay è il posto dei surfisti  più hippie che palestrati e non è raro incontrarli in cerchio con la chitarra e la tavola da surf come ad un raduno anni '70.
Circolano anche vecchi furgoni volkswagen di quelli tipici di quell'epoca e anche gli odori, a volte, rimandano indietro nel tempo a certe folate erbose...



A proposito di odori, una cosa che mi ha colpito è che le piante qui sembrano meno odorose che da noi. Nonostante una varietà sterminata, e per lo più sconosciuta, non si sentono quegli effluvi forti da pineta o  da eucalipto che, in estate, puoi respirare passeggiando nei nostri boschi in riva al mare.

Qui colpisce molto di più la gradazione dei versi degli uccelli o degli animali che popolano queste vegetazioni. Senti fischi e gracchii di mille tipi.
Uccelli strani, come l scarpantibus della foto o aquile, aironi, trampolieri li puoi vedere frequentemente anche nelle zone più abitate.


Poi, un'altra cosa che ho notato e sulla quale vorrei documentarmi è che non ho mai visto una robinia. 
Sono quegli alberi che producono i fiori bianchi che si possono mangiare e che, a Verona, chiamavamo "panéti". 
Da noi, in Europa sono arrivate ad infestare dopo la scoperta dell'America, prima non esistevano neanche lì. 
Chissà se qui non sono invece mai arrivate...

Il bagno a Tallow Beach, una spiaggia a nord del paesino, che raggiungiamo dopo una lunga camminata a piedi, resterà nei ricordi dei ragazzi non certo per la cavalcata delle onde. Quella l'hanno solo vista fare da qualche locale veramente bravo. Oggi, era veramente difficile restare in piedi per la forza e in qualche momento l'altezza dei fronti ondosi.

Ma, l'aver nuotato vicinissimo a dei delfini, questo si lo ricorderanno,

Li ho visti sbracciarsi come pazzi ed ho subito capito che avevano avvistato qualcosa di bello.
Quando me l'hanno raccontato avevano gli occhi che ridevano nonostante fossero sfiniti dalle lunghe ore in acqua.

Considerato che qui cambia il fuso orario e siamo un'ora avanti e che abbiamo saltato il pranzo decidiamo di mangiare alle 17.30 (le 18.30 di qui) in un ristorante sulla spiaggia. Un piatto di pesce molto buono, senza salse od orpelli vari per me ed Enrico.  Luca, invece,  si è sbranato la spalla di agnello cotta con verdure varie.

Facciamo in fretta perché vogliamo fare ancora due cose: vedere il tramonto dal faro, che è il punto più ad est dell'Australia e trovare un posto dove dormire.

La prima impresa ci riesce solo a metà, perché  il sole è coperto dalle nubi. Ciò non toglie che la zona del faro emetta un fascino particolare oltre che la luce ai naviganti: un po' arroccata sembra un miscuglio tra Bretagna ed Irlanda. Una sposa, sta facendo il suo servizio fotografico. Qui novembre è come da noi a maggio: un sacco di matrimoni, molto spesso celebrati (anche oggi ne abbiamo visto uno) nei giardini in riva al mare.






La seconda (trovare un posto da dormire) si rivela quasi subito un fallimento: tutti i motel, hotel e backpackers, sono pieni. Il cartello luminoso NO VACANCY smorza dopo un po' il nostro ottimismo ( più dei ragazzi che mio, per dir la verità). 
Mi piace un sacco vederli entrare (ovviamente mando loro) ed arrangiarsi a chiedere e un po' mi preoccupa vedere che, piano piano, anche loro si convincono che non sarà facile.
Stiamo già pensando di sistemarci in macchina quando, alla fine, disperati, ma non più di tanto, preferiamo dormire in un posto bellissimo (un bungalow a due piani, arredato da rivista di case di mare) spendendo un capitale.

Anche in questo caso, mi basta vedere quanto sono contenti di questa sistemazione per far passare ogni pensiero sui soldi spesi. In fin dei conti è l'ultima sera in cui siamo tutti e tre. Da domani Luca rientra nei mezzi ranghi. Quelli interi lo aspettano dal sei dicembre in poi...

Oggi ho allegato delle foto un po' vintage, come il posto che vi ho descritto.

Devo dire la verità: tra i posti abitati questo è quello che mi è piaciuto di più. Visto poi che da domani passeremo il tempo, o a Brisbane, o nell'outback disabitato, forse questo primato resisterà.



venerdì 8 novembre 2013

Il paradiso fa attendere

Il paradiso dei surfisti oggi non ha voglia di esaudire i desideri dei miei ragazzi.
Le onde sono basse e disordinate, un pochino come il primo giorno a Bondi Beach.

In un baretto sul lungomare, in mezzo ai rimasugli dei bagordi notturni che sembrano ricomporsi in questa città un pochino finta ma con un suo fascino,  facciamo la colazione. Come quasi sempre accade qui, in hotel non è nemmeno contemplata.
Ad ogni modo con 10 $ (7 euro) trovi un "all you can eat". Il nostro non è  neanche male e si può approffittarne per saltare il pasto più tardi.

Osservando il mare, i due apprendisti cavalieri delle onde, delusi,  fremono e così dibattiamo se spostarci un po' più a sud. 
Luca, consulta il notiziario delle onde e ci convince che a Coolangatta, una trentina di chilometri a sud di qui, ci sarà modo di surfare.

Cedo, senza opporre resistenza e ci mettiamo in macchina. Finestrini abbassati e musica commerciale con i bassi che rimbalzano tra i rumori dei lavori per la costruzione del light train in centro città ci danno il tono da locali un po' sballati.

Le onde a Coolangatta sono appena un po' più grandi ed ugualmente disordinate. Ma non sia mai detto che i due desistano, Pur limitandosi ad una sola tavola, passano la giornata ad alternarsi nel tentativo di rimanere in piedi a cavallo delle flutti.
Enrico, che dimostra più determinazione, riesce a fare qualche passaggio dignitoso. Luca un po' meno e glissa sulla scarsa prestazione con un po' di altezzoso disprezzo di queste onde.

Io, invece, prendo un'altra onda, quella  del sonno e mi faccio una sonora dormita accarezzato da un venticello e da  un sole caldo ed indisturbato.

Di ritorno in albergo si consuma il dramma del rifornimento di benzina. La brillante Nissan Pulsar necessita di rabbocco, ma, al momento di rifornirla non capisco se sia diesel o benzina. Sul tappo non c'è scritto niente e nessuna indicazione nei documenti o nelle carte. Provo a chiedere al gestore, ma è un indiano e, anche qui, come a Sydney, fa di tutto per non dire niente di sensato.

Mi salva Luca che,  in mezzo a sonore risate per una serie di battutine, telefona all'assistenza dell'Europcar. Un signore, che prende il telefono per sbaglio,  aiutato dal numero di targa della macchina ci indica però il giusto  tipo di carburante.

Dopo la doccia, ci spariamo un sushi al giapponese, dato che oggi abbiamo mangiato solo un gelato (di nome italiano, di fatto annacquato). La cosa bella è che qui esistono anche i sushi di pollo e quindi Luca può tranquillamente cenare con noi.

Non è stata una giornata granché interessante, confrontata a tante altre.
Questo posto è un divertimentificio poco consono al tono più selvaggio della vacanza.
Luca però ci tiene tanto perché, dopo mesi di isolamento, aveva proprio voglia di un po' di vita agitata. Accontentarlo non è una grande sofferenza, in fondo. Anzi.

Questa sera a cena, ci siamo scambiati delle impressioni e, alla domanda se vivremmo qui per sempre, tutti abbiamo risposto no.
Poi, Luca ha condiviso la mia impressione sull'Australia, che può sembrare strana, ma è la stessa che lui ha provato.
Nonostante i grandi spazi, le distese aperte, la libertà di movimento e nel vestirsi, la gentilezza e affabilità delle persone, la sensazione di fondo è che l'Australia sia un pochino claustrofobica.
Non nel senso che ti manca l'aria o lo spazio, Piuttosto, questo diffuso senso di leggerezza e precarietà e forse, ancor di più, la mancanza di una storia alle spalle ti dà un senso di instabiità  che ti spinge a cercarla da un' altra parte.

E, in fatto di storia, con tutto il senso di sostegno e di forza che l'averne una ti fornisce, l'Europa e ancor più l'Italia sono senz'altro un posto più adatto per sentirsi a casa..

giovedì 7 novembre 2013

Prima di scrivere, pensa...

diceva Shakespare (l'ho appena letto in un tormentone su Facebook, non sono cosi colto di mio...).
Prima di pubblicare, rileggi, aggiungo io. Ieri ho fatto molti più errori del solito. l'ora tarda, la stanchezza, l'età...
Non so se ho corretto tutto, ma almeno ci ho provato.

A chi ha avuto la pazienza di leggere e si è giustamente infastidito, chiedo umilmente scusa.
Cercherò di fare più attenzione, come dicevo ai professori seguendo l'esortazione della mia mamma :"métighela tuta!"
Grazie per la comprensione...

Pacific Motorway

Dopo una settimana di posti isolati dal mondo ed immersi in una natura cosi varia, ma ugualmente selvaggia, è arrivato il momento del rientro nella civiltà dallo sviluppo ricco e sfrenato: quella del Queensland godereccio e festaiolo della Sunshine e della Gold Coast.

Partiamo con la nostra Nissan Pulsar, un macchinone finto quasi come le Emgrand cinese che avevamo affittato a Cuba e ci immettiamo quasi subito sulla Pacific Motorway.
In questo primo tratto, questa che è una delle principali vie di comunicazione, non ha niente da autostrada. Forse questo aiuta a rilassarsi e, coi ragazzi, è subito atmosfera da svacco all'americana.
Fino a Gympsie ascoltiamo una radio australiana che da quasi solo pubblicità, poi ci fermiamo in un centro commerciale con gli addobbi natalizi già in funzione e compriamo un cavetto per ascoltare la loro musica.
Saccheggiamo anche un supermercato comprando frutta ed affettati. Qui, li vendono al banco, già tagliati a fette e li prendono con dei guanti infilandoli in qualche modo dentro una carta oleata come quella che usavamo tanti anni fa.
La popolazione del centro commerciale ricorda quella che puoi incontrare da noi in posti analoghi. Famigliole brutte e scombinate, adolescenti grassi e chiassosi, pensionati pronti ad incazzarsi come dovessero ancora timbrare il cartellino,  giovani coppie con bambini piccolissimi che stordiscono qui dentro per non sentirli piangere là fuori. Insomma, il peggio del campionario umano, concentrato in una barriera di negozi. Lo stacco con il meglio della fauna sottomarina addossata su una barriera di coralli è scioccante.

Ma, tant'è, dobbiamo abituarci a ritornare, piano piano, a queste frequentazioni.

La prima sosta vera la facciamo a Noosa, una graziosa cittadina balneare che viene considerata un posto ideale per il surf.
Oggi però, niente onde e quindi, quasi casualmente ci ritroviamo a fare un pic nic nel Noosa National Park, un residuo di foresta pluviale, ricco di piante secolari molto simili a quelle viste a Fraser Island.
Qui ci sono anche i koala e, mentre passeggiamo a naso in sù per scovarne qualcuno, ci attraversano la strada enormi lucertoloni e simpatici tacchini dal bargiglio giallo e la testa rossa. Di koala, neanche l'ombra.
Per fortuna che, ieri, ritornando ad Hervey Bay, proprio mentre commentavamo di non aver ancora visto i canguri, un branco dei buffi marsupiali si è manifestato ai nostri occhi nella radura ai bordi di un piccolo bosco.   

La signora del chioschetto, gentile come sempre sono gli australiani, ci racconta che oggi non li ha visti neanche lei. Il suo collega dice più o meno la stessa cosa delle onde per surfare. Un gran successo, insomma!


Ci consoliamo con una sonora dormita sulla sabbia calda e luminosa della spiaggia, dopo una nella passeggiata sospesa su una pista pedonale in legno  che costeggia il mare dal parco alla zona abitata e termina in un parchetto dove stanno terminando i preparativi per un matrimonio!

Una fila di negozi, bar e ristoranti, stile riviera romagnola, si affaccia sulla strada principale. Qui le case però sono tutte nuove e costruite con uno stile razionalista  moderno, molto minimalista. Grandi vetrate e profili squadrati, ma sfalsati con moderne travature e vele a copertura dei balconi che si affacciano sul mare. Per dirla tutta, non sembra che ci sia nemmeno una lontana parvenza di crisi. Almeno in questa zona. 

La seconda parte del viaggio prende forma su una motorway divenuta finalmente, prima a due,  poi a tre e, nei pressi di Brisbane anche a quattro corsie.
Il panorama ondulato e dominato da foreste e dagli alberi di eucalipto viene, a volte, movimentato da strani coni montagnosi che ricordano le Meteore della Grecia o, in alcuni casi, le montagne dei deserti dell'Arizona. Sul ciglio della strada, grandi cartelli, propongono dei quiz, chiamati "Trivia" per tenere svegli i guidatori. Le domande, tipo : " Cosa rese famosa la tal città nel tal anno", sono seguite a distanza di qualche chilometro dalle risposte, Mi chiedo se sia prevalente l'effetto di tenerti sveglio o piuttosto quello di distrarti e mandarti a sbattere. Già la guida a sinistra è, di per sé, una continua richiesta di attenzione...

Ci pensano però i ragazzi ad animare il viaggio con la musica improbabile dei loro iPod. Da quella australiana di Luca , orecchiabile, ma sconosciuta a quella delle avanguardie giovanili italiane di Enrico scabrosa, strafottente e irriverente, ma almeno comprensibile. Se, siete capaci, provate ad ascoltare la musica de I Cani, oppure di Manuel Imcastro (il più divertente) o infine quella de Il Pagante. Un mondo diverso. Per bilanciare un po' ho chiesto di ascoltare un'equivalente dei miei tempi che, al confronto, sembra una canzone da corale della parrocchia: la mitica Avvelenata.
 
L'arrivo a Surfers Paradise è scioccante. Letteralmente un pugno nei denti.
La città è un'accozzaglia di grattacieli e strade in perenne rifacimento che si aggrovigliano accompagnate da migliaia di negozi illuminati dai riflessi dei monitor che trasmettono in continua le immagini degli acrobati sulle onde. Probabilmente i due scalmanati che sono, al contrario del sottoscritto, entusiasti di una tale esasperazione della vita da surfista, un po' hippie , un po' cagacazzo, sono già li che si immaginano, domani, in grado di emulare le stesse mosse.

Ci penserà la dura realtà del principiante ad abbassare le loro aspettative!

Vabbè, è giusto lasciarli vivere di sogni, sono ancora tanto giovani. Soprattutto Enrico che, stasera, si è visto costretto a ritornare in albergo a prendere un documento perché a cena non volevano servirgli una birra che non credevano fosse maggiorenne...
C'è rimasto così male che, ovviamente, io e Luca ne abbiamo approfittato...

Confesso che, questa vacanza, a tratti solo con Enrico (cosa che in fondo non è mai successa) mi ha portato molto spesso a rivedere in lui il bambino sveglio ed inquieto che ha illuminato i primi anni della mia esperienza di padre. Come se la barba, la mole, la laurea e la sua fiera indipendenza scomparissero, annacquate, da questa vacanziera convivenza ed emergesse prepotente quel suo modo di fare così esuberante e positivo che ce lo faceva vedere diverso da tutti gli altri (lo so, che vale per tutti, ma io di Enrico ne ho uno solo...)

Oggi, poche foto.

Una di Enrico che dorme, mentre io e Luca ridiamo di lui, però la devo mettere.
 
Enri è davvero il centro del nostro divertimento. Non fraintendetemi, non è un bersaglio, né lo zimbello.
E' semplicemente tanto, forte, esuberante, proprio come da piccolino ;)
 





mercoledì 6 novembre 2013

Dingo!

Cameron, la nostra guida dall'accento incomprensibile, ci conta, come ogni volta che saliamo sul bus,  con il suo modo un poco strano di muovere le mani per spuntare le persone.  Sembra accarezzarle una ad una. 
Stamattina ci aspetta una lunga traversata sulla spiaggia per scoprire la parte nord est dell'isola.

Più o meno a metà del tragitto ci fermiamo a rovistare con lo sguardo un relitto di una nave arenatasi nel 1935 a seguito di un uragano improvviso quanto violento. E' quasi completamente divorato dal mare e dai colpi di cannone sparati dalla marina australiana durante varie esercitazioni. 



Dopo poco però, il nostro camion 4WD, riparte  correndo sulla sabbia e sfruttando gli ultimi momenti prima che la marea divori la battigia. Ogni volta che spezziamo la risacca si sollevando alti spruzzi che invadono le fiancate.

Cameron si diverte a spingere al limite il motore lasciando che urli disperato ad ogni cambio di marcia.
Sarà per questo che, ad un certo punto il poderoso mezzo ci lascia a piedi. All'inizio cigola soltanto, poi sembra non avere più potenza e ci costringe a fermarci in mezzo al nulla, di fronte ad un oceano sempre più incazzato ed invadente.

Ne approfittiamo per fare la colazione al sacco e rilassarci un pochino osservando i giochi delle onde.

Poco fa, mentre volavamo a cento all'ora, prima un'iguana enorme ha attraversato impunemente l'autostrada di sabbia, 



poi un cucciolo di dingo ha fatto capolino tra le sterpaglia verso l'entroterra. Qui c'è pieno di cartelli che mettono in guardia da questi animali, ma a vederlo sembra un piccolo di cane lupo e fa tanta tenerezza.



Lo spettacolo di morte delle migliaia di uccelli morti invece, viene oggi aggravato dall'incontro con molti di loro ancora agonizzanti. Cercano inutilmente di muoversi, ma sono troppo deboli, Durante la sosta al relitto abbiamo anche provato a nutrirne uno, ma era così debilitato che non riusciva neanche a bere. Sono, purtroppo, tutti condannati a morire atrocemente.
  
Il pranzo al sacco lo facciamo sul punto più a nord dell'isola. Unica zona un po' rocciosa, dove, per raggiungere il punto più in alto, sembra di passeggiare sulla schiena curva di un enorme dinosauro. 


Da lì, nella stagione giusta, si possono vedere decine di balene. Noi ci dobbiamo accontentare di una grande manta ray e di un'aquila wedge tail. La macchia nera e minacciosa della manta, vista dall'alto, mi fa venire in mente lo spavento preso quando me la sono vista davanti, dentro l'acqua.

Nel pomeriggio ci concediamo un bagno in un limpido ruscello,  "Eli creek", ed anche il lusso di un volo a bassa quota su un aereo sobbalzante che ci mostra l'isola vista dall'alto.
Niente, quanto a sobbalzi, rispetto a quanto sperimentato nel bus nel tragitto in mezzo all'isola di ritorno fino al porto. 



Questa sera siamo a cena con la famiglia di Luca. C'è l'"host mother", Jodie, la "host sister" Emy con la bellissima figlioletta Anny di sedici mesi, i due gemelli, Matthiew e Steve ed un'altra ospite italiana, Caterina.
Parliamo del più e del meno, soprattutto di un tal Giiiovanni (pronunciato con la i marcata, all'australiana) che è stato loro ospite un po' di tempo fa.
Jodie ne parla ancora con entusiasmo. Quando le faccio notare che Giovanni si potrebbe dire come Jodie, sembra perdere l'incanto del ricordo.
Finito di mangiare, i ragazzi si sfidano a bigliardo ed un signore del posto, con una stecca da professionista gelosamente custodita in una valigetta di alluminio, si prodiga a spiegare a Luca come maneggiarla con un minimo di dignità.

La cena ed il dopo cena sono stati bei momenti, davvero.


Vedere Luca interagire con la sua famiglia qui ed anche Enrico, integrarsi immediatamente tra di loro, mi rende fiero di quanto questi ragazzi sappiano muoversi nel mondo.

Domani ci aspetta una lunga giornata di trasferimento nella Sunshine Coast, alla ricerca del piacere di surfare...
Magari non avrò granché da raccontare e tornerò sulla giornata di oggi (che invece di cose da dire ne ha parecchie), aggiungendo magari qualche foto, ma adesso sono stanco e vado a dormire.

Buonanotte (a me), buon pomeriggio (a voi)

martedì 5 novembre 2013

La sabbia negli occhi

Abituati al rumoroso starnazzare degli uccelli di Lady Elliot, il silenzio della selvaggia foresta pluviale di Fraser Island sembra quasi innaturale.

Dopo un pick up un po'  in ritardo davanti alla Marina di Hervey Bay ed un breve trasbordo su di un traghetto che arranca lentamente sulle onde in controvento, siamo sbarcati qui, sull'isola di sabbia più grande al mondo. Più di 100 km di lunghezza.
Alla foresta ci si arriva solo con mezzi a quattro ruote motrici e, anche quelli, a volte, si insabbiano ed avanzano a fatica. Le sole vie di comunicazione sono infatti delle piste di sabbia, soffice e profonda.
Solo lungo la costa, quando la marea lo consente, si può sperare di viaggiare senza sobbalzi. Per il resto è un vero e proprio camel trophy. In certi punti, se non indossi la cintura, rischi di sbattere contro il tetto.

La foresta è popolata da alberi caratteristici di quest'isola, le satinay (non ho trovato una traduzione in italiano). Il nome latino, per chi fosse interessato, è Syncarpia Hilli.
Hanno dei tronchi grandi e diritti, rossastri e molto incisi. Possono arrivare a 40 metri di altezza. La guida, un simpatico locale di nome Cameron che parla un inglese a me incomprensibile, ce ne indica uno che ha più di mille anni. Al loro fianco, a volte appaiati, sottili palme o robusti eucalipti.
La cosa che colpisce maggiormente però è il sottobosco. Migliaia di felci, di chicas, di mirtacee e di piante molto simili al lauro crescono rigogliose all'ombra di questi colossi.

Sulle prime, tutto questo verde ti confonde la  percezione di essere su un'isola di sabbia. Addirittura, le foglie morte, che conferiscono al terreno un colore verde marrone, fanno sembrare le piste di sabbia come tracce artificiali che solcano un terreno più, come dire, tradizionale.
Invece basta spostare un poco il fogliame e ti rendi conto che qui il suolo è davvero interamente fatto di sabbia. Bianca, fine, quasi polverosa è impressionante immaginarne la quantità, dato che l'isola è molto estesa.

Attraversando la foresta si possono raggiungere alcuni dei 40 laghi di origine pluviale appollaiati, letteralmente  (perched in inglese) sulle depressioni delle dune sabbiose.  O formati, come il lago Wabby, dalla duna stessa che, avanzando lentamente nel corso dei secoli, forma una diga che blocca un corso d'acqua.


L'acqua calda e cristallina del lago Mac Kenzie, il più grande, invita dolcemente a fare il bagno.


Sulla alta duna del Lago Wabby che raggiungi attraverso un desertico passaggio,  il caldo della sabbia e la pendenza che fa da cuscino sono l'ideale per schiacciare un pisolino dopo una faticosa scarpinata nelle sabbia soffice ed ondulata della foresta che lo separa dal mare.


Sull'altra sponda, grandi nidi di uccelli riposano indisturbati.


Al ritorno, sulla riva che si affaccia su un tratto di oceano infestato da squali pericolosi (è proibito fare il bagno) il regno animale ci offre uno spettacolo di vita e morte senza uguali.

In cielo, lassù in alto, una coppia di aquile maestose, due esemplari di wedge tailed eagle, disegnano ampi cerchi trascinate dalle correnti.


Sull'arenile, quaggiù in basso, centinaia di carcasse di uccelli morti disseminati per un lungo tratto, sono il risultato di una migrazione dalla Nuova Zelanda, finita in una zona di bassa pressione che ha impedito ai poveri animali di cibarsi e di posarsi al suolo. Sono piovuti giù così, quasi tutti assieme, stremati, affamati e senza più riferimenti dopo due giorni di vagare senza scampo.


La guida commenta, un po' laconica, che stanno facendo la gioia dei dingo, i cani selvatici che popolano l'isola e che noi non abbiamo ancora visto.

Al tramonto fa la sua comparsa una strana falce di luna. Sembra quasi una Luna piena con la parte rivolta al sole  devastata da un incendio (ovviamente la falce qui è rovesciata, come la faccia della Luna...).


Questa sera sono molto stanco e quindi la chiudo qui. A cena, con Enrico, discutendo della sensazione che dà il titolo a questo post, ridiamo al pensiero della paura che Santa Lucia ci metteva quando eravamo piccoli (in ere diverse...). Lui si infervora a raccontarmi come ancora ora non si capaciti del modo in cui facevamo cadere le  caramelle  dal soffitto.
Io lo guardo e scoppio a ridere pensando a come, se ci fosse Luca, questa sarebbe stata un' occasione per prenderlo un po' in giro.

Questo primo giorno senza "l'australiano" (che ritroviamo però domani, dopo il compito di biologia...) è passato in un secondo ed a lasciato un segno chiaro e luminoso, proprio come la sabbia di questo posto.